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Santa Comunione per Divorziati Risposati?

Santa Comunione per divorziati risposati?

Carta. Jorge A. Medina Estévez
Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Riguardo il Sacramento della Comunione

Tutti i sacerdoti, specialmente quelli che dedicano molto tempo ad amministrare il Sacramento della Penitenza, sono consapevole di quanto doloroso sia per coloro che hanno divorziato e si sono contratte un’altra unione di non essere in grado di ricevere il Sacramento della Santa Comunione.

Questo è doloroso per le persone coinvolte, doloroso per le loro famiglie e doloroso per i sacerdoti. Cresce l’impressione che questo divieto sia solo una decisione pragmatica da parte della Chiesa, che può essere rivista e persino revocata o almeno mitigata in certi casi o circostanze.

Il problema, tuttavia, è di natura dottrinale, come risulta cristallino sia dal Catechismo della Chiesa cattolica (cfr. nn. 1649, 1650 e 1651) e il Compendio del Catechismo (cfr. n. 349), che presentano fedelmente l’insegnamento evangelico di Gesù Cristo (cfr. Mc 10: 11 ss.).

Qualsiasi persona che ha divorziato dal proprio coniuge da un matrimonio valido e convive con un’altra persona è in uno stato di grave peccato — per essere precisi, il peccato di adulterio. Per ricevere l’assoluzione sacramentale, egli o lei deve pentirsi e avere vera contrizione per questo peccato, che significa, secondo il Concilio di Trento, “dolore o ripudio dell’anima per i peccati commessi, insieme con uno scopo di allontanarsi dal peccato” (DS 1676).

In assenza di tali dolori per i propri peccati gravi, non è possibile ricevere una valida assoluzione sacramentale e, di conseguenza, non si è adeguatamente disposti a ricevere degnamente la Santa Comunione. Sono ben note e molto severe le esortazioni di San Paolo a coloro che ricevono indegnamente la Santa Comunione: “Chiunque dunque mangia questo pane e beve indegno il calice del Signore sarà colpevole di profanare il Corpo e il Sangue del Signore. Uno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice. Poiché chi mangia e beve senza discernere il corpo mangia e beve giudizio su se stesso” (I Cor 11,27-29).

Comunione Eucaristica

La Comunione eucaristica è una partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo. Attraverso di essa, il comunicante professa di vivere per Dio e di compiere la sua volontà, e nulla si oppone al suo amore. Nessuna di queste condizioni è verificata nel caso di coloro che vivono in uno stato di peccato grave, specialmente quando è uno stato di peccato abituale.

Non è semplicemente che la Chiesa proibisce a coloro che sono in stato di grave peccato di ricevere la Santa Comunione. Piuttosto, coloro che sono in uno stato di grave peccato si trovano in una situazione in contrasto con il significato più profondo di fare della propria vita un’offerta sacrificale unita a quella di Cristo.

Sarebbe una falsa forma di misericordia “placare” la coscienza di coloro che non sono veramente dispiaciuti per i loro peccati, o dare false assicurazioni piuttosto che aiutare i fedeli a progredire lungo il sentiero del vero dolore per il peccato.

L’assoluzione sacramentale non è un segno magico. Piuttosto, è un atto che implica altri atti sinceri da parte del penitente che formano le condizioni necessarie per ottenere validamente il perdono di Dio. Non bisogna dimenticare che l’adulterio è un affronto al mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Il suo è un amore sponsale che è fedele fino alla sua morte in croce. Questo mistero è rappresentato nel Sacramento del Matrimonio.

Corretta cura pastorale per i divorziati e risposati

Per queste persone non resta altro che la disperazione? Certamente no!

Queste persone rimangono figli di Dio. Cristo ha versato il suo sangue per loro. Non è loro proibito seguire un cammino di preghiera umile e dolorosa. Essi sono obbligati a compiere i loro doveri religiosi e materiali verso i loro figli, assicurando che siano lanciati sulla via della vita cristiana. Possono e devono leggere la Sacra Scrittura. Non è loro vietato partecipare alla Santa Messa, anche se con il cuore pesante perché non sono in grado di offrirsi totalmente. Possono sempre rivolgersi a un sacerdote per un consiglio e possono aprirgli la coscienza in un atto di umiltà, che il Signore vedrà come l’inizio della riconciliazione, anche se non ancora completa.

Essi non possono, tuttavia, chiedere che la Chiesa, o altri membri dei fedeli, considerare le loro unioni come lecito e in sintonia con la volontà di Dio.

Ci sono casi in cui la Chiesa può esaminare la validità del primo matrimonio e, se tale può essere dichiarato nullo, diventa possibile convalidare la seconda unione che, di fatto, sarebbe il primo vero matrimonio.

Ci sono anche casi in cui chi si trova in situazioni così dolorose può, con la grazia di Dio, vivere fraternamente in un’unione non matrimoniale, anche sotto lo stesso tetto. In queste condizioni, possono ricevere il Sacramento della Riconciliazione e successivamente quello della Comunione sacramentale.

Questa è naturalmente una decisione eroica, generosa e appagante. È possibile perché Dio può trasformare anche le pietre nei figli di Abramo (cfr. Mt 3,9; Lc 3,8). C’è sempre grande gioia in Cielo quando un peccatore si converte, e ancora di più per due, che sono pronti a glorificare Dio attraverso un grande sacrificio.

Il Regno di Dio subisce violenza (cfr. Mt 11,12), ma è una violenza che porta pace. La fede è necessaria per comprendere, così come la convinzione che le cose che rimangono invisibili sono più importanti di quelle che si vedono (cf. Eb 11:1-3).

Tratto da:
L’Osservatore Romano
Weekly Edition in English
3 May 2006, page 10

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